Giacinto Facchetti: un terzino nato attaccante

di Gioia Bò Commenta

Difficile per un calciatore nato attaccante essere arretrato al ruolo di terzino, ma Helenio Herrera non per niente veniva definito “Mago” e per Giacinto Facchetti prevedeva un futuro speso a correre dietro agli attaccanti avversari, a menar pedate per togliere il pallone dai piedi altrui.

L’avventura di Giacinto Magno, come lo chiamerà poi Brera, comincia proprio con un cambio di posizione in campo e quello spilungone abituato a buttarla dentro per la causa della Trevigliese si ritrovò improvvisamente terzino con licenza di offendere.

Correva la stagione ’60-’61 ed il ragazzo all’esordio contro la Roma non fece un’ottima impressione sugli addetti ai lavori, che già si chiedevano cosa avesse potuto convincere il Mago a portarlo a Milano. Ma Herrera aveva l’occhio lungo e sapeva che Facchetti sarebbe diventato una colonna fondamentale della sua Inter.


Ed i numeri diedero ragione all’allenatore. L’Inter in quegli anni conquistò tutto quello che c’era da conquistare sia in patria che a livello internazionale: quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e una Coppa Italia.

E Giacinto sempre lì nella sua posizione di terzino, non dimenticando però che aveva i piedi buoni per metterla dentro: 75 gol i gol realizzati nelle 634 partite giocate con la maglia nerazzurra e primo difensore in assoluto a realizzare 10 reti nel corso di un campionato. Abile e veloce, rubava palla e ripartiva in contropiede appena poteva, trasformandosi spesso in ala pronta al cross per le teste degli attaccanti in area.

E’ uno dei più forti terzini che la sua epoca ricordi ed anche in maglia azzurra si tolse le sue belle soddisfazioni, riuscendo a conquistare il Campionato Europeo nel ’68 e la finale di Coppa del Mondo nel ’70, poi persa contro il Brasile di Pelè.

Per gli interisti resterà sempre “il capitano”, simbolo di attaccamento alla maglia e di lealtà sportiva (una sola espulsione nel corso della sua lunga carriera), bandiera indiscussa del club nel quale è cresciuto ed al quale ha dedicato la sua intera esistenza.

Dopo il ritiro è rimasto nel pianeta calcio, prima da dirigente dell’Atalanta (unico suo “tradimento”) poi, con l’avvento di Massimo Moratti, da vicepresidente e presidente dell’Inter, vincendo 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane e 1 scudetto (più uno assegnato d’ufficio per lo scandalo Calciopoli).

E’ morto il 4 settembre 2006, stroncato da un tumore al pancreas, lasciando un vuoto incolmabile nei cuori della curva, che lo ha visto correre e sgroppare lungo la fascia per anni. Campione sul campo e nella vita, non è riuscito a vincere la sua ultima battaglia. Mitico Giacinto!

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