Gianluca Pagliuca: il Gatto di Casalecchio

di Gioia Bò Commenta

C’era una volta l’Italia dei portieri, quando i ct erano costretti a delle lunghe notti insonni per scegliere il numero uno da spedire tra i pali di una porta. E c’era un volta Gianluca Pagliuca che toglieva il sonno ai ct, indecisi se mettere in porta lui o Marchegiani, lui o Peruzzi, lui o Zenga.

Ma lui era sempre al suo posto, a lavorare sodo per farsi trovare pronto, a sudare sul campo di allenamento per dimostrare che la classe non è acqua e che si può essere i più forti anche giocando in una piccola realtà di provincia.

La sua storia parte dall’entroterra bolognese, dove è nato ed ha cominciato a tirar calci ad un pallone come attaccante. Come spesso succede per il suo ruolo, non aveva la vocazione a fare il portiere, ma, complice una febbre del numero uno titolare, si ritrovò in portà visto che era il più alto della squadra.


Qualcuno lo notò e decise di portarlo a Bologna, ma l’occasione di approdare al grande calcio gliela offrì la Sampdoria, squadra nella quale arrivò giovanissimo, con una valigia carica di sogni e belle speranze, restando però confinato in panchina per un paio di stagioni. Poi la maglia da titolare ed la bacheca che cominciava a riempirsi di trofei: tre Coppe Italia, uno storico scudetto, una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa Italiana.

Ma in blucerchiato Pagliuca visse anche una delle pagine più tristi della sua carriera sportiva, quando nel 1992 una bomba di Koeman infranse il sogno di conquistare la Coppa dei Campioni a soli otto minuti dalla fine dei tempi supplementari. Seguiranno anni di successi (una Coppa Uefa con la maglia dell’Inter) e di soddisfazioni personali con il ritorno all’amata Bologna, prima di concludere la carriera nell’Ascoli.

E’ stato per anni nel giro della Nazionale, partecipando a tre mondiali (nel ’90 come terzo portiere, nel ’94 da titolare e nel ’98 come secondo di Peruzzi, poi promosso per l’infortunio al numero 1).

Purtroppo non si può dire che la sua esperienza in azzurro sia stata esaltante, considerando che con lui in porta perdemmo ai rigori contro il Brasile nell’avventura statunitense e sempre ai rigori contro la Francia nei Mondiali del ’98. E dire che lui fece la sua parte, parando un penalty in entrambe le occasioni, ma gli errori dei nostri furono determinanti.

Nazionale a parte, Gianluca può dire di essere soddisfatto della sua lunga carriera da professionista e ora che ha appeso le scarpette al chiodo, vorrebbe restare nel mondo del calcio, magari come allenatore a livello provinciale. E allora vai Gatto di Casalecchio, aspettiamo di vederti in giacca e cravatta!

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