Agostino Di Bartolomei: Il Capitano

di Gioia Bò Commenta

Forte fisicamente, centrocampista roccioso, come si diceva all’epoca, con una visione di gioco fuori dal comune, un tiro potente e preciso ed un lancio che qualcuno definì “da architetto”: questo era Agostino Di Bartolomei, non un capitano, ma “il Capitano”, colui che meglio seppe interpretare il ruolo di leader in campo e fuori nella Roma degli anni ’70-’80.

Pochi come lui nel calcio, il suo nome viene accostato spesso a quello di Gaetano Scirea, altro esempio di correttezza e lealtà sportiva, di amore per la professione e senso del dovere.

Agostino nasce e cresce nella Roma povera, quella dei quartieri e della periferia degradata, ma l’amore per il calcio non ha bisogno di grandi palcoscenici per venire espresso ed il campo dell’oratorio è perfetto per mettere in mostra le doti del giovane talento. Poi arriveranno le giovanili della Roma, la conquista del Campionato Primavera e l’esordio, appena diciassettenne, in prima squadra, con quella maglia a cui ha regalato i migliori anni della sua vita, non venendo ripagato come avrebbe meritato (almeno da parte della società).


La sua esplosione definitiva in maglia giallorossa coincise con l’arrivo sulla panchina di Nils Liedholm, che, per mascherare la sua scarsa velocità, inventò per lui un ruolo su misura, arretrandolo nella posizione di libero. Fu una svolta per la carriera di Ago, non più costretto a correre dietro agli avversari, ma messo lì in mezzo a costruire il gioco, con lanci lunghi e perfetti, sui piedi dei compagni.

Mai una parola di troppo in campo, mai un’alzata di voce, dialogava con gli arbitri tenendo educatamente le mani dietro la schiena, con atteggiamento deciso, ma al tempo stesso estremamente educato. La curva lo amava, ma non poté far nulla quando la società nel 1984 decise di venderlo al Milan, per risanare le casse, come si suol dire.

Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva.

Recitava uno striscione nella finale di Coppa Italia vinta contro il Verona, ultima partita in maglia giallorossa del mitico Capitano dello scudetto. Tre stagioni con i rossoneri e poi il passaggio al Cesena, prima di concludere la carriera nella Salernitana, dove contribuì a riportare la squadra in B dopo 24 anni di assenza.

Dopo il ritiro aspettò per anni una telefonata dalla Roma, per iniziare la carriera da dirigente nella società che lo aveva lanciato, ma quel telefono non squillò mai. Molti i rimorsi ed i rimpianti in casa giallorossa alla notizia del suo suicidio, avvenuto il 30 maggio 1994, a 10 anni esatti dalla sconfitta in Coppa dei Campioni contro il Liverpool.

Mi sento chiuso in un buco.

Su un foglietto strappato, le ultime parole scritte da un uomo ormai solo contro il mondo e deluso da chi avrebbe potuto aiutarlo. La sua curva ancora piange il suo Capitano, quello che giocava per giocare, quello che non scendeva a compromessi, perché una partita si può anche perdere, ma non la dignità.

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