Dino Baggio: l’ascesa, il declino e la rinascita

di Gioia Bò 1

Parlando di Baggio il primo nome che viene in mente è quello di Roberto, sicuramente uno dei calciatori italiani più conosciuti a livello planetario, ma il calcio italiano ha visto tra i suoi protagonisti anche Dino, centrocampista con discreta attitudine al gol.

Conobbe il suo momento di gloria durante gli anni ’90, passando dal Torino alla Juventus, che lo cederà per un anno in prestito all’Inter prima di richiamarlo in casa, per farne uno dei centrocampisti più forti di quel periodo. Punto fermo della squadra bianconera e della Nazionale, subito dopo i Mondiali del ’94 (ottimi per lui, con tre gol all’attivo), passò al Parma, non senza polemiche.

Carriera in continua ascesa per lui, fino ad un episodio, che secondo i più ha contribuito a far spegnere lentamente i riflettori sul centrocampista, rilegandolo per lo più ad un ruolo di comparsa. Era il gennnaio del 2000 e in Italia imperversava lo scandalo Rolex (gli orologi regalati dalla Roma ai designatori Bergamo e Pairetto, agli arbitri ed ai guardalinee).


Durante la gara con la Juventus, Dino fu espulso (ingiustamente?) e, uscendo dal campo, fece un gesto che non venne ben visto dai vertici del Calcio (pollice ed indice sfregati, come se stesse contando i soldi). Per quella bravata si beccò sei giornate di squalifica e una multa dal Parma di 200 milioni di lire.

Ma non finisce qui, perché da quel giorno in poi non gli verrà più permesso di indossare la maglia della Nazionale italiana, nonostante avesse dato molto alla causa azzurra. Diventò scomodo anche per il suo club, che dovette cederlo alla Lazio, dove però non trovò lo spazio che meritava. Dopo quell’episodio, solo 66 gare per lui in 5 anni: un vero e proprio ostracismo nei sui confronti da parte del calcio italiano.

Una breve esperienza all’estero, al Blackburn Rovers, e poi un ritorno in sordina con l’Ancona, fino al ritiro nel 2005, dopo solo tre gare giocate con la maglia della Triestina.

Ma uno come lui non può stare lontano da questo mondo che tanto gli ha regalato e altrettanto gli ha tolto e, a due anni e mezzo dall’addio, decide di staccare gli scarpini dal chiodo e di ributtarsi nella mischia. Certo, non calcherà più terreni sacri come l’Olimpico o San Siro, ma si divertirà ugualmente, indossando la maglia del Tombolo, terza categoria veneta. Lontano da polemiche e scandali, ritroverà il sorriso e la voglia di giocare, come un bambino che corre dietro ad un pallone, ignorando le brutture del calcio professionistico. E almeno qui, nessuno lo mettera fuori squadra, ne siamo certi! Auguri Dino.

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