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  • Giu

Gigi Riva: Rombo di Tuono!

Di Gioia Bò, in Cagliari, I Grandi del Passato, Italia.

Lo chiamavano Rombo di tuono per la potenza del piede sinistro, capace di tirare botte da 140 km/h. Grande Gigi Riva, anzi Gigirriva, come lo chiamavano nella sua terra d’adozione, in quella Sardegna dove non voleva andare e che diventò alla fine la sua seconda casa.

Da adolescente lo cercava l’Inter, squadra per la quale faceva il tifo, arrivando addirittura a convocarlo per il provino di rito, ma i dirigenti del Legnano preferirono dirottarlo verso Cagliari per 37 milioni di lire.

Il giovane Riva non avrebbe voluto trasferirsi in terra sarda. Ancora oggi ricorda quel viaggio verso Cagliari e la sensazione di finire in Africa. Ma il periodo di ambientamento durò lo spazio di un attimo e di lì a poco si ritrovò ad essere il beniamino del pubblico di casa, ammirato e amato da tutti. Quando il Cagliari giocava a Milano o a Torino cinque o seimila isolani scendevano dalla Svizzera, dalla Germania e dalla Francia per seguire le imprese di questo sardo d’adozione che ha fatto grande una squadra di provincia.


Avrebbe potuto vincere molto di più in carriera, se solo avesse accettato le offerte dei grandi club, che facevano la fila per assicurarsi le sue prestazioni. Dopo l’exploit con la maglia del Cagliari e la conquista dello storico scudetto nel 1970, tutti volevano Gigi Riva, prima fra tutte la Juventus, che arrivò ad offrire un miliardo e sette giocatori.

Ma Riva preferì non spostarsi da quella che ormai era diventata la sua casa, accontentandosi di aver regalato un sogno ai tifosi locali. Divenne una bandiera, quando aveva ancora un senso parlare di giocatori simbolo che non si vendono per soldi.

Grandi anche le soddisfazioni che riuscì a regalare ai tifosi azzurri, vestendo la maglia della nazionale per 42 volte, con ben 35 gol all’attivo. Nessuno ceme lui! E pensare che proprio in maglia azzurra Gigi Riva subì due gravi infortuni che avrebbero potuto metter fine prematuramente alla sua carriera. Frattura di entrambi i peroni, il sinistro nel ‘67 (la prima volta che accettò di vestire la maglia numero 9 anziché la 11), il destro nel ‘70 dopo i Mondiali messicani.


Ma non solo guai con la casacca dell’Italia. Nel 1968 era nella rosa dei Campioni d’Europa e nel ‘70 fece parte della spedizione che ci elesse vice-campioni del mondo.

Alla fine può dirsi soddisfatto dei risultati raggiunti, ma anche dell’affetto che i tifosi continuano a nutrire per lui, nonostante abbia smesso di giocare da più di trenta anni.

Un uomo vero, uno di quelli che dopo un gol non aveva dediche da fare:

Cosa vuoi che ti dica? Che dedico il gol alla Sardegna, o all’Italia se gioco in Nazionale? Ma non facciamo ridere. Io non ho nessuno a cui dedicare nulla. Segno per dovere.

Già, il suo dovere era buttarla dentro e lui l’ha sempre fatto. Mitico Gigi!





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